Anime Stramaledette, Capitolo 1: Il treno delle otto

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Primo incontro: Il treno delle otto

Il treno delle otto procedeva a rilento lungo i binari, con già cinque minuti di ritardo accumulati rispetto alla tabella oraria. Attraverso gli interfoni, la voce attutita e distorta del capotreno si scusava per il disagio a nome della società ferroviaria. Marco se ne stava seduto su uno sfondato sedile blu, sul fondo della carrozza, e teneva le gambe allungate lateralmente fin quasi a toccare il posto di fronte a lui.
Marco è un nome veramente deprimente per un protagonista. Avete idea di quanti ce ne sono di Marco in Italia? Pare sia il trentunesimo nome più comune in assoluto. Si chiama Marco il meccanico che vi ha riparato l’auto mercoledì scorso, così come l’idraulico che si scopa la moglie del vicino e persino l’insegnante di violino della palazzina di fronte e l’amichetto preferito di vostra nipote portano lo stesso nome. Insomma, non c’è che dire, non è proprio un gran nome per il protagonista di una storia avvincente. Si dà il caso, però, che Marco si chiamasse proprio a quel modo e che di sembrare avvincente non gliene fregasse un bel niente.
Era solito passare interi viaggi in treno osservando gli altri passeggeri. Notava tutto, ogni minimo dettaglio che potesse risultare interessante ai suoi occhi. L’estroso cappello a fiori multicolore, poggiato storto su una chioma gonfia e riccioluta, fresca di salone di bellezza. Il libro tenuto sulle ginocchia e conservato gelosamente, rivestito da una copertina rossa di plastica lucida, per proteggerlo dall’usura o forse per mascherarne il contenuto a spettatori indiscreti. L’anziano e canuto signore in abiti di sartoria e al suo fianco una ingombrante valigetta di pelle nera, con tutta l’aria di contenere i frutti di una rapina di successo.
Marco analizzava il tutto con sguardo indagatore e poi annotava i pensieri che tali incontri suscitavano in lui su un taccuino che portava sempre con sé in tasca. In termini antropologici lo si sarebbe potuto paragonare a un diario di campo, uno strumento utilizzato dagli studiosi per raccogliere dati da rivedere, sistemare e rielaborare con estrema cura. Tuttavia Marco non si dava mai la pena di rileggere quelle note, scriveva sui taccuini per puro diletto e poi li archiviava nella sua libreria, come un collezionista compulsivo.
Quel lunedì, sul sedile di fronte a lui, stava seduta una ragazza, a occhio e croce non doveva avere più di vent’anni. Non era certo una bellezza, anzi, aveva un che di fuori posto, adagiata su quel sedile scolorito e logoro, con ancora il giubbotto addosso, stretta nelle spalle quasi temesse che il freddo potesse penetrarle attraverso la pelle fino a raggiungere le ossa. Non aveva prestato alcuna attenzione al suo compagno di viaggio, si era semplicemente messa a sedere in maniera sgraziata e aveva indirizzato lo sguardo fuori dal finestrino, quasi come se la vista dei campi spogli e dei capannoni industriali recasse in sé un fascino oscuro e segreto. Di tanto in tanto, quando le sue iridi ne avevano abbastanza di concentrarsi sulle figure veloci che sfrecciavano al di là del vetro, abbassava per un istante gli occhi sulle proprie gambe e improvvisamente appariva molto più grande e molto più stanca e le sopracciglia corrucciate contribuivano a conferirle un’aria tra il malinconico e lo scocciato. Marco si ritrovò a fissarla con curiosità, quasi inconsciamente, e finì per perdere la cognizione di sé e dell’ambiente circostante. Quando si riscosse, dopo un tempo che gli parve infinito, si accorse dell’espressione perplessa della ragazza e di essere stato colto sul fatto e abbassò precipitosamente lo sguardo. La giovane era pallida e profonde occhiaie le solcavano il viso smunto, ma quasi completamente privo di rughe. Aveva gli occhi scuri, le ciglia lunghe ma sottili, le labbra erano rosse e gonfie come se avesse appena finito di morderle con forza. I capelli li portava cortissimi e spettinati: aveva le sembianze di una appena cascata dal letto, che vi avesse distrattamente passato in mezzo le dita, cercando, con scarsi risultati, di dar loro una piega. Al suo fianco era stato poggiato un vecchio zaino nero, coperto di polvere e con una cerniera semi rotta, che avrebbe potuto essere pieno di sassi da tanto era gonfio, e non era da escludere – pensò Marco – se si considerava la fatica con cui se l’era fatto scivolare dalle spalle, per poi lasciarlo cadere sul sedile con un tonfo secco.
Mentre il nostro protagonista faceva di tutto per sbirciare i movimenti della fanciulla senza farsi beccare, fu interrotto, con suo grande disappunto, dall’arrivo del controllore. La ragazza infilò una mano nella tasca del giubbino, nero come lo zaino, e ne estrasse un abbonamento del treno e una ricevuta sgualcita. Marco mise entrambe le mani nelle tasche del cappotto, iniziando a frugarvi dentro, in cerca del portafogli. Dopo aver sopportato per diversi minuti lo sguardo nervoso del controllore, con suo enorme stupore, aveva trovato soltanto un taccuino, le chiavi di casa e quelle della macchina. In vistoso imbarazzo, si volse allora verso l’altro in impaziente attesa e, senza troppi giri di parole, dichiarò di aver dimenticato il portafogli e che quindi, oltre a non avere l’abbonamento con sé, non possedeva neppure il denaro sufficiente per pagarsi il biglietto. Dal canto suo, il brav’uomo gli spiegò che non dubitava della sua buona fede, ma che le ferrovie non facevano sconti a nessuno, perciò se non fosse stato in grado di pagare la cifra richiesta, sarebbe dovuto scendere dal treno alla fermata successiva, come ogni altro passeggero nella medesima situazione. Marco, sapendo perfettamente che in corrispondenza di quella stazione non passavano né autobus né altri mezzi e che comunque di soldi per i biglietti non ne avrebbe avuti, tentò di muovere a compassione l’impiegato statale, spiegandogli che, siccome non possedeva un cellulare, non avrebbe nemmeno potuto avvisare il lavoro in caso di ritardo.
Era così preso dalla sua opera di persuasione da non essersi accorto che la ragazza aveva afferrato per la manica il controllore, gli aveva porto una banconota da dieci euro e stava indicando Marco con il mento, squadrandolo con aria interrogativa. Il ragazzo avvampò fino alla radice dei capelli: non pensava sarebbe mai arrivato il giorno in cui una perfetta sconosciuta avrebbe avuto pietà di lui e gli avrebbe prestato dei soldi in maniera così disinteressata. Sconosciuta, come se non bastasse, che aveva fissato con morbosa curiosità per i precedenti venticinque minuti circa, domandandosi cosa diavolo ci facesse una persona simile sul treno delle otto. Il controllore lanciò un’occhiata spazientita in direzione di Marco, prese i soldi, porse il resto alla ragazza e si allontanò a passo svelto lungo la carrozza del treno.
Il giovane rimase per qualche secondo in silenzio senza sapere come comportarsi, poi, in un impeto di coraggio, alzò finalmente gli occhi ad incrociare quelli estranei di lei. Visibilmente a disagio e con la voce che gli moriva in gola, mormorò un flebile ringraziamento, assieme alla promessa, alquanto discutibile, di restituirle il prima possibile i soldi ricevuti in prestito.
A uno sguardo esterno sarebbe sembrato senza dubbio che Marco avesse trovato una persona compassionevole su quel treno gelido e sovraffollato di pendolari tirati a lucido, burberi e irritabili dentro i loro eleganti completi gessati e le loro raffinate scarpe di cuoio italiano.
Ma lei, senza sorridere e senza mutare espressione, disse solo: “Non ringraziarmi. Non sono quella che pensi.”

Un sogno turchino

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Una notte d’inizio estate
finii per errore a bordo di una mongolfiera
dentro a un sogno turchino,
oltre le nubi nuotavo a mo’ di delfino. 
Stormi d’uccelli variopinti impazziti
sospinti soltanto dalle correnti impetuose
sobbalzavano ad ogni sbalzo d’u/amore.
Soffici pecore ricercate nei pascoli floridi
d’un libro straniero preso in prestito
saltellavano brille di qua e di là.
I brillamenti componevano senza sosta
una dolce stridula melodia cangiante
per l’unione matrimoniale precaria
tra il sole possente e i cristalli di pioggia.
Gli aeroplani emettevano scie rarefatte
in direzione di emisferi lontani,
migliaia i chilometri al mio debole cuore
fluttuante nell’azzurro splendente del cielo.

Foto scattata il 19 aprile presso Piazza Vecchia a Bergamo, mentre un amico suonava “Nuvole bianche” al pianoforte. https://www.youtube.com/watch?v=fEOJQawykD0 Mi rendo conto che con la poesia non c’entra un tubo, ma ci tenevo a farvi apprezzare lo scorcio d’azzurro che emerge fra le nubi. 

Esserci

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Orecchini di perle
t’illuminano il viso
riflettendosi nel sorriso
rivolto allo specchio, pieno di ditate
per ogni volta in cui avresti voluto carezzarti
e dirti che andavi bene,
eri bella così.
I capelli erano sempre
troppo lunghi o troppo corti,
le braccia grosse
le hai ereditate dalla nonna,
il naso di tua madre lo detesti
da anni, ma non oggi. Oggi i difetti
non sono scomparsi, solo non importa.

Piccole rughe d’espressione
ti solcano gli angoli della bocca,
da cui hai riso troppo, incredula
accorgendoti che il mondo, in fondo,
non era solo un sentiero da percorrere.
Smagliature bianche lambiscono
i fianchi morbidi, sono un cimelio della guerra
contro quei chili persi, con fatica, per star bene,
perché volevi vivere. Sono il simbolo
d’un passato di scherno, battutine, prese in giro,
quel dolore che t’ha cambiata e, lo sai,
non dovrai affrontare mai più.

Scottature sulle dita candide
te le sei procurate quando, cucinando
per la tua famiglia, ti sei distratta,
ma poi tra un calice e l’altro
ti sei scordata di preoccupartene.
I lividi sulle ginocchia
risalgono a quando sei caduta correndo,
eri troppo su di giri per camminare piano,
per prestare attenzione
e ti sei fatta male, molto male,
ma ti sei sempre rialzata.

Occhiaie violacee,
sono tributo a quelle notti in bianco,
passate a sognare ad occhi aperti,
a quelle notti a sbirciare la luna,
a quelle notti di lacrime calde
quando la vita ti ha insegnato
che nulla può durare per sempre.
I brufoletti spuntati sottopelle
dopo aver mangiato una fetta di più
di quel cheesecake cocco e cioccolato,
e ripensi all’amica sotto casa tua
una sera in cui pioveva a dirotto
a recapitartelo per tirarti su di morale
quand’eri a pezzi e nulla sembrava
avere più senso, e improvvisamente
sei grata di quei segni sul volto.

Ricordi le mani che hanno sfiorato il tuo corpo,
e quegli occhi che ti hanno sempre guardata
vedendoti bella, anche quando tu non lo capivi.
Consideri che sei fortunata, dopotutto, perché la vita
ti ha donato amore, anche quando tu
non eri capace di perdonarti.
È giunto il momento
di ricambiare, sei tu ora a dover lottare,
sei tu ora a dover elargire amore, sei tu ora
a dover curare te stessa, sola
non lo sei mai stata, sola
non lo sarai mai, finché ci sarai
al tuo fianco, volendoti bene
volendoti male, fra una cicatrice e un ciglio,
caduto troppo presto.