Giorno 1: l’importanza delle porte chiuse

05/08

Ciao! Sono in Giappone da meno di dodici ore e sto già per avere un esaurimento nervoso, quindi scriverò questo post per sfogarmi un po’ e perché comunque mi farebbero tutti le stesse domande, quindi tanto vale rispondere una volta sola.

Sono arrivata sana e salva all’aeroporto di Narita (Tokyo) alle 8:05 giapponesi di questa mattina, che in Italia sarebbe l’1:05 di notte, dopo aver fatto subito una pessima figura coi giapponesi seduti al mio fianco in aereo fregandogli brutalmente il posto perché mi sono fidata di mia madre e non ho controllato che il J fosse effettivamente il posto finestrino, aver guardato un film talmente deprimente che Nicholas Spark spostati e dopo aver consumato due pasti, rispettivamente la cena alle 17:50 consistente in riso con pollo e verdure, soba fredda (spaghetti di grano saraceno) con shoyu (simil salsa di soia che non sa di salsa di soia), un panino finlandese rinsecchito con formaggio spalmabile, una tavoletta di cioccolato al caramello salato, un gelato alla vaniglia che ci ha messo 20 minuti per diventare di una consistenza normale/mangiabile, caffè e una colazione alle 6:30 consistente in frittata di patate accompagnata da spinaci e verdure, una brioche finlandese rinsecchita, formaggio spalmabile, uno yogurt ai mirtilli, succo all’arancia, caffè. Scesa dall’aereo è andato tutto liscio: controllo passaporto, impronte digitali, visto, valigia gigante, autista grande la metà della valigia perciò me la sono dovuta trascinare da sola per tutto il parcheggio. Poi siamo salite in un’auto simil-limousine rivestita integralmente di pizzo azzurro all’interno e con degli stemmi di corone, mi ha fatta accomodare dietro come i carcerati e non ha detto una parola per tutte le due ore che ci abbiamo messo dall’aeroporto a casa, nemmeno bif.

Arrivata a casa ho iniziato immediatamente a fare la gaijin (lett. “che viene da fuori”, in pratica “straniera di m.”): la padrona quando mi ha vista ha spalancato le braccia come a volermi abbracciare, ero un po’ perplessa, ma l’ho assecondata, per poi notare come fosse visibilmente a disagio. Mi sono tolta le scarpe, ma ho osato appoggiare i piedi sul pavimento e non sulla stuoietta dove devi appoggiarli, operazione da compiere rigorosamente in biblico con un piede già sulla stuoia (che è posta su un gradino rialzato) e l’altro ancora nella scarpa, prima di girare le calzature in posizione idonea per uscire. Mi sono resa conto che dopo 13 ore di volo e svariati mesi di scarsa considerazione del giapponese sembro un’analfabeta funzionale, per cui capisco quasi tutto ciò che mi viene detto, ma finisco per rispondere a monosillabi, non riuscendo neppure a formulare le frasi che conosco. Questo spero che migliorerà un po’ nei prossimi giorni, o rischio di morire di solitudine.

La mia stanza è bella, arredata tradizionalmente, ma siccome dormo su un futon e passa la metropolitana, ogni circa 10 minuti mi vibra il culo manco usassi un tesmed. Fa un caldo torrido, in Italia al confronto ci sono i pinguini, grazie al cielo – okagesamade – hanno il condizionatore (ma la notte è vietato tenerlo acceso). La doccia è uno spasso: bisogna lavarsi in ginocchio su una specie di stuoia (sì, ma diversa dall’altra) in polistirolo e poi sciacquarla e riporla al suo posto. In generale in questa casa ogni cosa ha una collocazione precisissima e se non la rispetti verrai fucilato. Ci sono biglietti ovunque su cosa fare e non fare, anche nella toilette (dotata di coprivater rosa di spugna). Ho una lista di cose da non fare scritta a mano e piena zeppa di kanji di cui ne capisco la metà. I padroni  di casa sono molto gentili e socievoli (quando vogliono, vedi dopo), anche se danno un po’ l’impressione di voler fare i giovani e i moderni pur essendo piuttosto tradizionali. 20 minuti in un parcheggio al centro commerciale sono costati come l’adattatore per la presa che io e la padrona di casa, che d’ora in avanti chiameremo Sumiko-san perché si fa prima, siamo andate a comprare, al che mi domando se non avremmo potuto semplicemente andarci a piedi (per altro la signora è uscita apposta per comprare un prodotto per il viso, ha speso 3,5 euro di parcheggio, ma poi si è stufata di aspettare e se n’è andata). Domani dovrò capire come raggiungere la scuola e sarà un macello, considerando che sono 15 minuti a piedi per la stazione (e Sumiko-san ha impostato il navigatore per andarci) e poi dovrò cambiare tre treni diversi. Se rimango dispersa per Tokyo mandate i soccorsi, anche se non lo saprete mai.

futonarmadio

(Domando venia per la schifiltosità delle foto, ma non c’è luce)

Oggi a pranzo (so che molti aspettavano solo questo) abbiamo mangiato somen (noodles di riso freddi col ghiaccio, banalizzandola molto) con shoyu, alghe tostate e piccoli fiocchi di tenpura. Per la prima volta in vita mia mi sono vergognata di non fare rumore mentre mangiavo, di non aspirare rumorosamente gli spaghetti, perché qui è segno di buona educazione. Non fotograferò il cibo di casa anche se vorrei, perché non mi sembra molto carino, vi metterò le foto solo del cibo che consumo fuori. Vi lascio però qualche foto dimostrativa presa da google per rendere l’idea.

somen

Questa sera ho mangiato kare- raisu (scusate, non ho ancora attivato la tastiera giapponese su questo pc, provvederò a sistemare i nomi quando avrò voglia), ovvero riso con curry di non so cosa fosse, credo manzo, e una insalata con pomodori, cetrioli, mais, polpo e tonno (che col curry non so bene cosa dovesse c’entrare, ma ok). Tutto questo alle 18:00. Dopodiché mi hanno spedita in camera “yukkuri” (vattene a riposare detto in maniera gentile) e “oyasuminasai” (buonanotte). Dovevamo andare a vedere gli hanabi (fuochi d’artificio), ma evidentemente hanno deciso che erano stufi di avere a che fare con me per oggi. Sono scioccata dal fatto che ti spediscano via dopo che hai mangiato. Così come dal fatto che definiscano l’acqua del rubinetto buona quando sembra di bere una piscina.

kare raisu

Ci sarebbero tanti altri piccoli shock minori, ma vi saluto per oggi, tanto ce ne sarà da raccontare. E poi sono ben le 19.25, devo prepararmi per andare a dormire.

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Autore: Brilliancesse

Sono una studentessa di lingua e letteratura giapponese, il cui sogno è diventare traduttrice di romanzi e in generale lavorare nel mondo dell'editoria. Ho molte passioni fra cui la più travolgente sono sicuramente i viaggi: un viaggio ti cambia sempre, ti regala sempre delle emozioni incredibili, ti fa comprendere qualcosa di te di cui non sospettavi neppure l'esistenza. Tuttavia non tutti i viaggi sono fisici, per viaggiare non sempre ci si deve spostare col corpo, a volte basta spostarsi con la mente, essere disposti ad allontanarsi da vecchie abitudini, preconcetti, pregiudizi, paure e limiti che ci siamo auto-imposti, in modo da provare a scoprire cosa succede.

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