Giorno 2: mangia e scappa

06/08

Rieccoci qui col secondo giorno di queste cronache nipponiche disagiatissime. Ieri immagino di avervi fatto preoccupare abbastanza lamentandomi di un sacco di questioni, ma capitemi, avevo la stanchezza depressiva da fuso orario (ancora un po’ c’è, tanto che alle 19 avevo sonno da andarmene a dormire), ma sono di un umore nettamente migliore, perciò ora vi racconto un po’ di cose divertenti.

Stamattina mi sono svegliata sudata fradicia (qui non si può tenere la finestra aperta dato che il treno ci passa esattamente davanti, penso che me lo ricorderò dato che mi sono resa conto 5 minuti fa di starmi bellamente spogliando con la finestra spalancata e la luce accesa e con circa 500 facce che mi fissavano, ma comunque) e senza capire neppure da che parte fossi girata. La colazione è stata un trauma, ma credo che sopravviverò: una fetta di pane tostato alta circa 3 cm con marmellata di fragole (chi mi conosce sa che è tipo l’unica marmellata che non mi piace), uno yogurt all’aloe, un pompelmo (che mi ha preparato senza chiedermelo per poi dirmi che a lei fa schifo, non ho capito il senso, voleva finirlo?) e un caffè fatto con le polverine che era qualcosa di atroce, tanto che ogni qualvolta potrò lo eviterò come la peste. Poi siamo uscite (dopo che non riuscivo ad aprire le imposte e a piegare il futon, ma shhh) e mi ha mostrato la strada per arrivare a scuola. Devo fare dieci minuti a piedi fino alla stazione di Hibarigaoka (non mi rimane in testa ‘sto nome), poi prendere un treno fino a Ikebukuro (che è scritto coi kanji di lago e sacchetto, non chiedetemi perché), prendere la Yamanote fino a Sugamo e cambiare per Suidobashi e poi fare altri 5 minuti a piedi: in sunto ci metto 55 minuti per fare 19 km, perché mai una gioia. Domani dovrò andarci da sola, speriamo bene, e dopo scuola credo che andrò a piedi fino ad Akihabara perciò aspettatevi un sacco di pessime foto da otaku (e che finirò nel reparto manga vietati ai 18 assieme a vecchi sporcaccioni giapponesi, perché sono certa succederà). No, non andrò in un maid cafè, nemmeno per dovere di cronaca, la risposta è no. Hazukashiidesune.

Vorrei aprire un mini capitoletto sui giapponesi sui mezzi pubblici. Si sa che generalmente non parlano e che se lo fanno bisbigliano perché è considerato molto maleducato fare rumore, quello che non si dice è che non è che non parlano e basta, loro non esistono. Le loro stesse vite paiono annientarsi su quei sedili: guardano un punto fisso, rigorosamente non gli altri passeggeri, hanno una espressione profondamente affranta e rimangono perfettamente immobili così per tutto il viaggio. Credo che domani mi porterò un libro da leggere, o per lo meno l’ipod, perché oggi mi sono persa via ad ascoltare due ragazzi che parlavano di lavoro e ho rischiato di non scendere dal treno. Sumiko-san cammina come mio nonno, quando prova a camminare con quello che è il mio passo lento muove le braccia come se stesse facendo una maratona e sbuffa, è abbastanza ridicolo. Mi ha detto che tutti gli altri che ha avuto ospiti hanno fatto un sacco di foto per ricordarsi la strada, mi sto iniziando a domandare se non sono io la pirla a non averle scattate, ai posteri l’ardua sentenza.

Dopo la dimostrazione trasporti e dopo aver fatto la mia carta dei mezzi che reca scritto Kazama (il loro cognome) Shirubia-sama, siamo andate a mangiare ramen alla stazione di Hibarigaoka. Il locale di ramen era minuscolo e la maggior parte dei posti erano al banco, noi ci siamo sedute in uno degli unici due tavolinetti e abbiamo ordinato Shouyu ramen e gyoza (ravioli) che potete vagamente intravedere nella foto del ramen. Le pareti erano tappezzate di manga, ho riconosciuto solo: Naruto, Bleach, Inuyasha, Nodame Cantabile e Ajin. Il brodo era bollente e molto salato, tanto che poi stavo morendo di sete, però era molto buono. Comunque qui non si sta a tavola, mai, né al ristorante né a casa, neppure di domenica. Dopo mangiato bisogna alzarsi e levarsi dalle scatole (non è vero, ma loro sono abituati così), quindi abbiamo mangiato e siamo filate via in 1 minuto e mezzo.

 

 

Questa sera invece abbiamo mangiato una serie di cose non meglio identificate di cui non ricordo il nome: precisamente Karaage (pollo fritto) con insalata e pomodori, una ciotola di riso con pezzettini di salmone e una cosa tipo daikon visivamente ma praticamente insapore, tofu marinato col alghe (credo, se ho capito bene) e una cosa che loro continuavano a chiamare anko (la marmellata di azuki) ma in realtà sembravano un po’ dei dorayaki, anche se non esattamente. Oltre all’anko mi sembra ci fosse dentro una specie di castagna dolce tipo marron glacé ma gialla (spiego bene, che magari qualcuno sa darmi delucidazioni).

Dopo cena siamo stati a vedere “dei fuochi d’artificio che fanno vicino a casa”: c’erano più persone che a un concerto, nella foto vedete circa un terzo della gente presente. Delle ragazze con indosso uno yukata suonavano la chitarra elettrica su un palco, era pieno di stand con cibo e di giapponesi seduti a terra con le loro coperte. Hanno suonato anche una canzone che conoscevo, probabilmente di qualche anime, ma non saprei proprio identificarla. Sumiko-san ha obbligato il povero Shujin-san (il marito) ad accompagnarci in auto e poi tornarsene a casa, quell’uomo è troppo buono. Sono una coppia un po’ strana, lui non è venuto con noi perché “ci era già andato da solo ieri”.

IMG_20170806_200540021.jpg

Insomma, i fuochi d’artificio tirano fuori il meglio dei nipponici abitanti: prima tutti muti, nessuno che incoraggiasse minimamente le ragazze, tutti composti. Non appena sono iniziati i fuochi è partito un coro di: “Ooooh!”, “Aaaaah”, “Sutekiiiii”, “Kireiiii”, “Sugoiiii”, ecc.

Penso che i fuochi d’artificio siano una di quelle cose da vedere con qualcuno di speciale, un po’ come le stelle, quindi sono contenta di essere stata con me stasera (mi dispiace, ma Sumiko-san non è una gran compagnia).

Vi lascio il link per vederne una piccola parte: https://drive.google.com/open?id=0B2NRMfRMfn2OdjJXZmF0NTBKY1E

Domani mi aspettano il placement test, Akihabara e molto altro, quindi è meglio se me ne vado a dormire, dovrò alzarmi alle 6:30. Da Silvia a Tokyo è tutto, oyasuminasai.

Autore: Brilliancesse

Sono una studentessa di lingua e letteratura giapponese, il cui sogno è diventare traduttrice di romanzi e in generale lavorare nel mondo dell'editoria. Ho molte passioni fra cui la più travolgente sono sicuramente i viaggi: un viaggio ti cambia sempre, ti regala sempre delle emozioni incredibili, ti fa comprendere qualcosa di te di cui non sospettavi neppure l'esistenza. Tuttavia non tutti i viaggi sono fisici, per viaggiare non sempre ci si deve spostare col corpo, a volte basta spostarsi con la mente, essere disposti ad allontanarsi da vecchie abitudini, preconcetti, pregiudizi, paure e limiti che ci siamo auto-imposti, in modo da provare a scoprire cosa succede.

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