Ame ga futte iru (non può piovere per sempre, o sì?)

Buonasera a tutti! Non sono scomparsa, semplicemente ero troppo stanca, o troppo di buon umore o troppo di cattivo umore o troppo e basta per aggiornare il blog, in sunto non avevo voglia. Stasera mi sento ispirata, anche se in realtà non è successo nulla di particolare, perciò mi va di scrivere qualcosa (sarà perché oggi pomeriggio ho bevuto un intero brick di caffè amaro del konbini, dato che prima dormivo in piedi).

Qui piove da giorni, costantemente, oggi in particolar modo, in giro è pieno di pozzanghere, perciò neppure il sistema di drenaggio dell’acqua di Tokyo è poi così eccezionale (sebbene sia comunque meglio dei nostri, sia chiaro). Il 90% della popolazione possiede un ombrello del konbini, ovvero un ombrello di plastica trasparente, perciò quando vai in un locale con il tuo ombrello del konbini sei abbastanza sicuro che all’uscita non riavrai il TUO ombrello, ma UN ombrello a caso fra tutti quelli che l’hanno appoggiato lì. Cosa c’è di più fastidioso dei giapponesi quando camminano? I giapponesi quando camminano con un ombrello in mano. Hanno tutti ombrelli giganteschi e procedono come lumache intasando la strada, diventa davvero frustrante, soprattutto se si è di fretta.

In compenso sono tre giorni che mangio come un giapponese nella pausa pranzo, ovvero al bancone del ristorante in venti minuti. Oggi penso di aver battuto ogni record ordinando un set composto da anguilla, riso, zuppa di miso, insalata di patate e sottaceti che mi è stato servito in tavola esattamente 3 minuti dopo averlo richiesto. Questa cosa è meravigliosa quando non si ha tempo e mi permette di mangiare con gli amici che fanno il corso al mattino nella piccola pausa prima delle mie lezioni del pomeriggio. Comunque parliamo di quanto è tamarro il davanti di questo negozio che c’è vicino alla scuola: le bacchette sono appese a un filo e sospese nel vuoto e si muovono su e giù spostando i noodles, come se qualcuno li stesse mangiando.

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In questi giorni mi sento stanchissima, vado a dormire abbastanza presto ma mi sveglio sempre come se fossi appena caduta dal letto, se non fosse che è impossibile cadere dal futon dato che è per terra.

Oggi ho dovuto cambiare gli euro in yen ed è stata una maratona: mi ero informata su internet e avevo scoperto che la banca giapponese Mizuho cambia i soldi. Sono andata alla Mizuho di Hibarigaoka ma cambiavano solo i dollari, allora mi sono recata in una grossa filiale all’uscita ovest di Ikebukuro, ma mi hanno detto che li cambiavano solo alla filiale dell’uscita est, perciò ho dovuto attraversare tutta la stazione fino a raggiungere l’altra uscita (15 minuti a piedi) dove ho trovato un meraviglioso sportello con scritto Exchange. In pratica ogni volta che mi occorre qualcosa devo disturbare metà degli impiegati di Tokyo, ma è bello scoprire sempre di potersela cavare sempre. In fondo in Giappone si fanno in quattro finché non capisci, perciò penso che chiunque in qualche modo potrebbe riuscire a fare tutto, magari parlando almeno qualche parola di giapponese.

Questa sera ho mangiato Yakisoba fatta in casa dalla famiglia che mi ospita, nulla a che vedere con quella schifezza con 8 kg di salsa che ti propinano in Italia quando la ordini. Il cibo giapponese in Italia in generale non ci assomiglia nemmeno a come si mangia qui, ma zero proprio, sembra proprio un’altra cucina.

La scuola va bene, ora spiegano come fulmini e c’è parecchio da studiare, le giornate sembrano passare in un lampo e non è facilissimo tenere il ritmo, si alternano momenti di euforia ad altri di semi-depressione, ma penso sia un po’ tutto lo sconvolgimento, in fondo un mese non è davvero abbastanza per abituarsi a tutto. Venerdì sera rimarrò fuori tutta la notte perché sabato mattina voglio andare a vedere l’asta dei tonni al mercato di Tsukiji e a mangiare il sushi fatto con il pesce appena pescato. Non vedo l’ora, anche perché per adesso l’ho mangiato solo al kaiten.

Ho bisogno di un nuovo zaino o di una borsa perché il mio si sta lentamente sfasciando, quindi credo che nei prossimi giorni cercherò qualcosa ad Harajuku, ma in fondo a voi non frega niente, è che non mi viene in mente molto da raccontarvi. Qui in fondo tutto è strano o diverso dall’Italia, ci si mette di meno a dire cosa è uguale probabilmente, non si può stare tranquilli neppure quando si va al bagno tra assi del wc riscaldate, coprivater in spugna colorati, rumori di ruscello, bidet nel vater, scarichi piccoli o grandi a seconda del verso in cui si gira una manopola, ecc.

E con questa perla io vi lascio con una bellissima cover al femminile di White Silence dei Ling Tosite Sigure e mi metto a studiare i kanji e a fare i compiti per domani.

https://www.youtube.com/watch?v=ijccBc_tbg4

A presto oppure no, non saprei, credo che vi racconterò di venerdì e sabato perché immagino sarà una bella esperienza, fino ad allora ciao!

Giorno 3: otaku e altri animali

Rieccoci oggi al terzo giorno di queste cronache. Vi avviso già da ora che ho scoperto che la spina del mio pc non è compatibile con l’adattatore giapponese, quindi o risolvo o scordatevi nuovi articoli su questo blog, sul serio. Ho il pc a scuola, ma di sicuro non ho il tempo di mettermi a scrivere durante il giorno.

Oggi ho preso per la prima volta i mezzi per conto mio, è stata una soddisfazione, mi sono sentita in grado di cavarmela anche in mezzo al casino più totale (e il lunedì c’è da piangere, sui mezzi sei talmente schiacciato che stai in piedi senza attaccarti e per uscire dalla stazione si mettono in fila indiana se no non riescono a passare). Lo sapete che è una bella sensazione?

Stamane mi sono recata nell’altra sede della scuola per l’orientamento, seguendo una cartina disegnata malissimo (per chi non lo sapesse in Giappone non ci sono i nomi delle vie), ma alla fine ho trovato l’edificio, dopo aver girato un po’ nei dintorni. Se non sapete una parola di giapponese e volete venire qui a studiare, in bocca al lupo, perché neppure a scuola sanno un cavolo di inglese, pure se dicono di saperlo, davvero, non c’è speranza. Ci hanno fatto un primo test di grammatica, se si riusciva a terminarlo ce n’era uno più difficile, peccato che il primo fosse fattibilissimo mentre del secondo non capissi neppure una riga, ma un livello intermedio no? Invece il test dei kanji erano SEI e dico SEI pagine piene, saranno stati una cosa come 300 kanji da scrivere in hiragana e viceversa. Alla quarta pagina e senza caffè ho iniziato a vederci doppio. Poi è seguito un test di conversazione in cui non capivo nulla di ciò che diceva l’intervistatrice dato che bisbigliava (mentre quella seduta appena davanti gridava come una gallina): domani scoprirò in quale classe mi hanno piazzata a seguito di questa epopea e vediamo.
Ho conosciuto due ragazze italiane e siamo andate a pranzo assieme in un family restaurant dove tutti i piatti erano scritti in kanji e senza fotografie, perciò ce li siamo fatti spiegare dalla titolare: ho mangiato un set con tenpura di verdure, riso, tofu con bonito in scaglie, zuppa di miso e verdure sottaceto (circa 8 euro).

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Successivamente siamo andate ad Akihabara, il famoso quartiere otaku per appassionati di anime, manga, dorama, idol, giappominchia (i peggiori giappominchia comunque sono i giapponesi, non per dire eh), ecc. Penso sia una delle cose più esose che abbia mai visto in vita mia, i negozi sono assurdi, vi dico che abbiamo visitato un centro commerciale a nove piani solo con oggettistica legate ad anime, manga e idol. Ad ogni piano ci sono decine di macchinette distributrici di cagatine da 300-400 yen. Potete trovare davvero qualsiasi tipo di oggetto improbabile.

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Poi siamo state da Starbucks e ho bevuto un matcha latte molto buono: lì i giapponesi vanno per lavorare, perciò, anche se ci si trova in un locale pubblico e adibito al bivacco, nessuno parla.
Successivamente ci siamo avviate verso casa perché stava per arrivare un tifone (o almeno è previsto arrivi), so solo che dalla stazione a casa me la sono fatta di corsa e ho beccato comunque un sacco di acqua (e sì che stamattina il cielo era azzurro!). Se arriva il tifone, domani non ci sarà scuola, ma ancora non si sa niente.
Stasera ho mangiato davvero troppo: zuppa di miso, riso, curry, gyoza, tofu con alghe, insalata. Stavo scoppiando, non capisco come possano mangiare così tanto ed essere così magri (e io non sono una che mangia poco). Qui fa un caldo allucinante e il fuso orario si fa sentire, infatti dopo pranzo abbiamo avuto tutte il “momento abbiocco”, penso che fra qualche giorno andrà meglio.
Sono stanca e non ho molta voglia di scrivere, capitemi e perdonatemi. Ci sentiamo domani, forse, se trovo una soluzione per il pc. Oyasuminasai minna.

Giorno 2: mangia e scappa

06/08

Rieccoci qui col secondo giorno di queste cronache nipponiche disagiatissime. Ieri immagino di avervi fatto preoccupare abbastanza lamentandomi di un sacco di questioni, ma capitemi, avevo la stanchezza depressiva da fuso orario (ancora un po’ c’è, tanto che alle 19 avevo sonno da andarmene a dormire), ma sono di un umore nettamente migliore, perciò ora vi racconto un po’ di cose divertenti.

Stamattina mi sono svegliata sudata fradicia (qui non si può tenere la finestra aperta dato che il treno ci passa esattamente davanti, penso che me lo ricorderò dato che mi sono resa conto 5 minuti fa di starmi bellamente spogliando con la finestra spalancata e la luce accesa e con circa 500 facce che mi fissavano, ma comunque) e senza capire neppure da che parte fossi girata. La colazione è stata un trauma, ma credo che sopravviverò: una fetta di pane tostato alta circa 3 cm con marmellata di fragole (chi mi conosce sa che è tipo l’unica marmellata che non mi piace), uno yogurt all’aloe, un pompelmo (che mi ha preparato senza chiedermelo per poi dirmi che a lei fa schifo, non ho capito il senso, voleva finirlo?) e un caffè fatto con le polverine che era qualcosa di atroce, tanto che ogni qualvolta potrò lo eviterò come la peste. Poi siamo uscite (dopo che non riuscivo ad aprire le imposte e a piegare il futon, ma shhh) e mi ha mostrato la strada per arrivare a scuola. Devo fare dieci minuti a piedi fino alla stazione di Hibarigaoka (non mi rimane in testa ‘sto nome), poi prendere un treno fino a Ikebukuro (che è scritto coi kanji di lago e sacchetto, non chiedetemi perché), prendere la Yamanote fino a Sugamo e cambiare per Suidobashi e poi fare altri 5 minuti a piedi: in sunto ci metto 55 minuti per fare 19 km, perché mai una gioia. Domani dovrò andarci da sola, speriamo bene, e dopo scuola credo che andrò a piedi fino ad Akihabara perciò aspettatevi un sacco di pessime foto da otaku (e che finirò nel reparto manga vietati ai 18 assieme a vecchi sporcaccioni giapponesi, perché sono certa succederà). No, non andrò in un maid cafè, nemmeno per dovere di cronaca, la risposta è no. Hazukashiidesune.

Vorrei aprire un mini capitoletto sui giapponesi sui mezzi pubblici. Si sa che generalmente non parlano e che se lo fanno bisbigliano perché è considerato molto maleducato fare rumore, quello che non si dice è che non è che non parlano e basta, loro non esistono. Le loro stesse vite paiono annientarsi su quei sedili: guardano un punto fisso, rigorosamente non gli altri passeggeri, hanno una espressione profondamente affranta e rimangono perfettamente immobili così per tutto il viaggio. Credo che domani mi porterò un libro da leggere, o per lo meno l’ipod, perché oggi mi sono persa via ad ascoltare due ragazzi che parlavano di lavoro e ho rischiato di non scendere dal treno. Sumiko-san cammina come mio nonno, quando prova a camminare con quello che è il mio passo lento muove le braccia come se stesse facendo una maratona e sbuffa, è abbastanza ridicolo. Mi ha detto che tutti gli altri che ha avuto ospiti hanno fatto un sacco di foto per ricordarsi la strada, mi sto iniziando a domandare se non sono io la pirla a non averle scattate, ai posteri l’ardua sentenza.

Dopo la dimostrazione trasporti e dopo aver fatto la mia carta dei mezzi che reca scritto Kazama (il loro cognome) Shirubia-sama, siamo andate a mangiare ramen alla stazione di Hibarigaoka. Il locale di ramen era minuscolo e la maggior parte dei posti erano al banco, noi ci siamo sedute in uno degli unici due tavolinetti e abbiamo ordinato Shouyu ramen e gyoza (ravioli) che potete vagamente intravedere nella foto del ramen. Le pareti erano tappezzate di manga, ho riconosciuto solo: Naruto, Bleach, Inuyasha, Nodame Cantabile e Ajin. Il brodo era bollente e molto salato, tanto che poi stavo morendo di sete, però era molto buono. Comunque qui non si sta a tavola, mai, né al ristorante né a casa, neppure di domenica. Dopo mangiato bisogna alzarsi e levarsi dalle scatole (non è vero, ma loro sono abituati così), quindi abbiamo mangiato e siamo filate via in 1 minuto e mezzo.

 

 

Questa sera invece abbiamo mangiato una serie di cose non meglio identificate di cui non ricordo il nome: precisamente Karaage (pollo fritto) con insalata e pomodori, una ciotola di riso con pezzettini di salmone e una cosa tipo daikon visivamente ma praticamente insapore, tofu marinato col alghe (credo, se ho capito bene) e una cosa che loro continuavano a chiamare anko (la marmellata di azuki) ma in realtà sembravano un po’ dei dorayaki, anche se non esattamente. Oltre all’anko mi sembra ci fosse dentro una specie di castagna dolce tipo marron glacé ma gialla (spiego bene, che magari qualcuno sa darmi delucidazioni).

Dopo cena siamo stati a vedere “dei fuochi d’artificio che fanno vicino a casa”: c’erano più persone che a un concerto, nella foto vedete circa un terzo della gente presente. Delle ragazze con indosso uno yukata suonavano la chitarra elettrica su un palco, era pieno di stand con cibo e di giapponesi seduti a terra con le loro coperte. Hanno suonato anche una canzone che conoscevo, probabilmente di qualche anime, ma non saprei proprio identificarla. Sumiko-san ha obbligato il povero Shujin-san (il marito) ad accompagnarci in auto e poi tornarsene a casa, quell’uomo è troppo buono. Sono una coppia un po’ strana, lui non è venuto con noi perché “ci era già andato da solo ieri”.

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Insomma, i fuochi d’artificio tirano fuori il meglio dei nipponici abitanti: prima tutti muti, nessuno che incoraggiasse minimamente le ragazze, tutti composti. Non appena sono iniziati i fuochi è partito un coro di: “Ooooh!”, “Aaaaah”, “Sutekiiiii”, “Kireiiii”, “Sugoiiii”, ecc.

Penso che i fuochi d’artificio siano una di quelle cose da vedere con qualcuno di speciale, un po’ come le stelle, quindi sono contenta di essere stata con me stasera (mi dispiace, ma Sumiko-san non è una gran compagnia).

Vi lascio il link per vederne una piccola parte: https://drive.google.com/open?id=0B2NRMfRMfn2OdjJXZmF0NTBKY1E

Domani mi aspettano il placement test, Akihabara e molto altro, quindi è meglio se me ne vado a dormire, dovrò alzarmi alle 6:30. Da Silvia a Tokyo è tutto, oyasuminasai.

Giorno 1: l’importanza delle porte chiuse

05/08

Ciao! Sono in Giappone da meno di dodici ore e sto già per avere un esaurimento nervoso, quindi scriverò questo post per sfogarmi un po’ e perché comunque mi farebbero tutti le stesse domande, quindi tanto vale rispondere una volta sola.

Sono arrivata sana e salva all’aeroporto di Narita (Tokyo) alle 8:05 giapponesi di questa mattina, che in Italia sarebbe l’1:05 di notte, dopo aver fatto subito una pessima figura coi giapponesi seduti al mio fianco in aereo fregandogli brutalmente il posto perché mi sono fidata di mia madre e non ho controllato che il J fosse effettivamente il posto finestrino, aver guardato un film talmente deprimente che Nicholas Spark spostati e dopo aver consumato due pasti, rispettivamente la cena alle 17:50 consistente in riso con pollo e verdure, soba fredda (spaghetti di grano saraceno) con shoyu (simil salsa di soia che non sa di salsa di soia), un panino finlandese rinsecchito con formaggio spalmabile, una tavoletta di cioccolato al caramello salato, un gelato alla vaniglia che ci ha messo 20 minuti per diventare di una consistenza normale/mangiabile, caffè e una colazione alle 6:30 consistente in frittata di patate accompagnata da spinaci e verdure, una brioche finlandese rinsecchita, formaggio spalmabile, uno yogurt ai mirtilli, succo all’arancia, caffè. Scesa dall’aereo è andato tutto liscio: controllo passaporto, impronte digitali, visto, valigia gigante, autista grande la metà della valigia perciò me la sono dovuta trascinare da sola per tutto il parcheggio. Poi siamo salite in un’auto simil-limousine rivestita integralmente di pizzo azzurro all’interno e con degli stemmi di corone, mi ha fatta accomodare dietro come i carcerati e non ha detto una parola per tutte le due ore che ci abbiamo messo dall’aeroporto a casa, nemmeno bif.

Arrivata a casa ho iniziato immediatamente a fare la gaijin (lett. “che viene da fuori”, in pratica “straniera di m.”): la padrona quando mi ha vista ha spalancato le braccia come a volermi abbracciare, ero un po’ perplessa, ma l’ho assecondata, per poi notare come fosse visibilmente a disagio. Mi sono tolta le scarpe, ma ho osato appoggiare i piedi sul pavimento e non sulla stuoietta dove devi appoggiarli, operazione da compiere rigorosamente in biblico con un piede già sulla stuoia (che è posta su un gradino rialzato) e l’altro ancora nella scarpa, prima di girare le calzature in posizione idonea per uscire. Mi sono resa conto che dopo 13 ore di volo e svariati mesi di scarsa considerazione del giapponese sembro un’analfabeta funzionale, per cui capisco quasi tutto ciò che mi viene detto, ma finisco per rispondere a monosillabi, non riuscendo neppure a formulare le frasi che conosco. Questo spero che migliorerà un po’ nei prossimi giorni, o rischio di morire di solitudine.

La mia stanza è bella, arredata tradizionalmente, ma siccome dormo su un futon e passa la metropolitana, ogni circa 10 minuti mi vibra il culo manco usassi un tesmed. Fa un caldo torrido, in Italia al confronto ci sono i pinguini, grazie al cielo – okagesamade – hanno il condizionatore (ma la notte è vietato tenerlo acceso). La doccia è uno spasso: bisogna lavarsi in ginocchio su una specie di stuoia (sì, ma diversa dall’altra) in polistirolo e poi sciacquarla e riporla al suo posto. In generale in questa casa ogni cosa ha una collocazione precisissima e se non la rispetti verrai fucilato. Ci sono biglietti ovunque su cosa fare e non fare, anche nella toilette (dotata di coprivater rosa di spugna). Ho una lista di cose da non fare scritta a mano e piena zeppa di kanji di cui ne capisco la metà. I padroni  di casa sono molto gentili e socievoli (quando vogliono, vedi dopo), anche se danno un po’ l’impressione di voler fare i giovani e i moderni pur essendo piuttosto tradizionali. 20 minuti in un parcheggio al centro commerciale sono costati come l’adattatore per la presa che io e la padrona di casa, che d’ora in avanti chiameremo Sumiko-san perché si fa prima, siamo andate a comprare, al che mi domando se non avremmo potuto semplicemente andarci a piedi (per altro la signora è uscita apposta per comprare un prodotto per il viso, ha speso 3,5 euro di parcheggio, ma poi si è stufata di aspettare e se n’è andata). Domani dovrò capire come raggiungere la scuola e sarà un macello, considerando che sono 15 minuti a piedi per la stazione (e Sumiko-san ha impostato il navigatore per andarci) e poi dovrò cambiare tre treni diversi. Se rimango dispersa per Tokyo mandate i soccorsi, anche se non lo saprete mai.

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(Domando venia per la schifiltosità delle foto, ma non c’è luce)

Oggi a pranzo (so che molti aspettavano solo questo) abbiamo mangiato somen (noodles di riso freddi col ghiaccio, banalizzandola molto) con shoyu, alghe tostate e piccoli fiocchi di tenpura. Per la prima volta in vita mia mi sono vergognata di non fare rumore mentre mangiavo, di non aspirare rumorosamente gli spaghetti, perché qui è segno di buona educazione. Non fotograferò il cibo di casa anche se vorrei, perché non mi sembra molto carino, vi metterò le foto solo del cibo che consumo fuori. Vi lascio però qualche foto dimostrativa presa da google per rendere l’idea.

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Questa sera ho mangiato kare- raisu (scusate, non ho ancora attivato la tastiera giapponese su questo pc, provvederò a sistemare i nomi quando avrò voglia), ovvero riso con curry di non so cosa fosse, credo manzo, e una insalata con pomodori, cetrioli, mais, polpo e tonno (che col curry non so bene cosa dovesse c’entrare, ma ok). Tutto questo alle 18:00. Dopodiché mi hanno spedita in camera “yukkuri” (vattene a riposare detto in maniera gentile) e “oyasuminasai” (buonanotte). Dovevamo andare a vedere gli hanabi (fuochi d’artificio), ma evidentemente hanno deciso che erano stufi di avere a che fare con me per oggi. Sono scioccata dal fatto che ti spediscano via dopo che hai mangiato. Così come dal fatto che definiscano l’acqua del rubinetto buona quando sembra di bere una piscina.

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Ci sarebbero tanti altri piccoli shock minori, ma vi saluto per oggi, tanto ce ne sarà da raccontare. E poi sono ben le 19.25, devo prepararmi per andare a dormire.