Un sogno turchino

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Una notte d’inizio estate
finii per errore a bordo di una mongolfiera
dentro a un sogno turchino,
oltre le nubi nuotavo a mo’ di delfino. 
Stormi d’uccelli variopinti impazziti
sospinti soltanto dalle correnti impetuose
sobbalzavano ad ogni sbalzo d’u/amore.
Soffici pecore ricercate nei pascoli floridi
d’un libro straniero preso in prestito
saltellavano brille di qua e di là.
I brillamenti componevano senza sosta
una dolce stridula melodia cangiante
per l’unione matrimoniale precaria
tra il sole possente e i cristalli di pioggia.
Gli aeroplani emettevano scie rarefatte
in direzione di emisferi lontani,
migliaia i chilometri al mio debole cuore
fluttuante nell’azzurro splendente del cielo.

Foto scattata il 19 aprile presso Piazza Vecchia a Bergamo, mentre un amico suonava “Nuvole bianche” al pianoforte. https://www.youtube.com/watch?v=fEOJQawykD0 Mi rendo conto che con la poesia non c’entra un tubo, ma ci tenevo a farvi apprezzare lo scorcio d’azzurro che emerge fra le nubi. 

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Esserci

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Orecchini di perle
t’illuminano il viso
riflettendosi nel sorriso
rivolto allo specchio, pieno di ditate
per ogni volta in cui avresti voluto carezzarti
e dirti che andavi bene,
eri bella così.
I capelli erano sempre
troppo lunghi o troppo corti,
le braccia grosse
le hai ereditate dalla nonna,
il naso di tua madre lo detesti
da anni, ma non oggi. Oggi i difetti
non sono scomparsi, solo non importa.

Piccole rughe d’espressione
ti solcano gli angoli della bocca,
da cui hai riso troppo, incredula
accorgendoti che il mondo, in fondo,
non era solo un sentiero da percorrere.
Smagliature bianche lambiscono
i fianchi morbidi, sono un cimelio della guerra
contro quei chili persi, con fatica, per star bene,
perché volevi vivere. Sono il simbolo
d’un passato di scherno, battutine, prese in giro,
quel dolore che t’ha cambiata e, lo sai,
non dovrai affrontare mai più.

Scottature sulle dita candide
te le sei procurate quando, cucinando
per la tua famiglia, ti sei distratta,
ma poi tra un calice e l’altro
ti sei scordata di preoccupartene.
I lividi sulle ginocchia
risalgono a quando sei caduta correndo,
eri troppo su di giri per camminare piano,
per prestare attenzione
e ti sei fatta male, molto male,
ma ti sei sempre rialzata.

Occhiaie violacee,
sono tributo a quelle notti in bianco,
passate a sognare ad occhi aperti,
a quelle notti a sbirciare la luna,
a quelle notti di lacrime calde
quando la vita ti ha insegnato
che nulla può durare per sempre.
I brufoletti spuntati sottopelle
dopo aver mangiato una fetta di più
di quel cheesecake cocco e cioccolato,
e ripensi all’amica sotto casa tua
una sera in cui pioveva a dirotto
a recapitartelo per tirarti su di morale
quand’eri a pezzi e nulla sembrava
avere più senso, e improvvisamente
sei grata di quei segni sul volto.

Ricordi le mani che hanno sfiorato il tuo corpo,
e quegli occhi che ti hanno sempre guardata
vedendoti bella, anche quando tu non lo capivi.
Consideri che sei fortunata, dopotutto, perché la vita
ti ha donato amore, anche quando tu
non eri capace di perdonarti.
È giunto il momento
di ricambiare, sei tu ora a dover lottare,
sei tu ora a dover elargire amore, sei tu ora
a dover curare te stessa, sola
non lo sei mai stata, sola
non lo sarai mai, finché ci sarai
al tuo fianco, volendoti bene
volendoti male, fra una cicatrice e un ciglio,
caduto troppo presto.

 

Compendio per un mondo spento

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“Spento, spento, spento, spento” dichiaro
uscendo nuovamente sconfitta – da un male
inconsistente, “posso smettere quando voglio” –
dalla cucina torrida, 34 gradi. E realizzo
con sommo orrore che il globo è spento. Spento
da quando s’è ammutolita quella voce, spento
da quando non si ride più per niente, spento
persino da quando non mi sveglio più alle 5,
solo ora metabolizzo che era bello davvero, non dormire
affatto e non aver bisogno di sognare. Con te
il cuore era già acceso, le luci la notte intera
trascorsa a corrispondere del nulla, che era tutto.
La corrente è saltata, sono rimasta al buio e
non ho paura, sono soltanto un po’ sola, tocca a me
illuminare la vita ora. Colorare le nubi di rosa,
non so se ne sono capace. Al più ero in grado
di attizzare un falò, di dar fuoco alle pagine,
per non guardare, per dimenticare,
perché il libro non lo volevo finire. Non lo so
se so accendere il mondo, come facevi tu. Eri
fiamma azzurrina, raggio di luna, allietavi
in cerchio i canti spensierati, attorno a una scintilla
pareva un gioco un po’ folle, eravamo strani,
e non importava.

Occhi mi fissano e non mi vedono affatto, nascosta
nell’ombra di una fermata del bus, a picco
il sole ci investe, sul terreno non proietto
che una sagoma tremolante, non si stabilizza
mentre pure il cielo è spento. L’azzurro sbiadito
non somiglia all’oceano, è una lampada al neon
in uno scantinato che puzza di stantio. Il chiacchiericcio
incessante mi perfora le scapole, paio un goffo
volatile che non volerà mai. Il semaforo è rosso,
al giallo ci intravedemmo, liberasti l’incrocio e io
rimasi immobile, inebetita. Ti ho perso di vista,
i tuoi fari mi hanno abbagliata, in auto avrei forse
potuto raggiungerti, ma le mie gambe monche
inutili mi rammentano che l’asfalto
ustionante è spento – sei sfrecciato via.
La corsia preferenziale
è affollata, vorrei essere empatica, vorrei essere
chi fa del bene, senza nulla ricevere. Mi domando
come potrei mai esistere così, quando a 12 anni
facevo scommesse con Dio, sperando di non perdere:
scommisi per l’ultima volta e persi tutto,
fu un all in spastico, odio giocare a carte. Il caffè
scorre a fiumi di lava per la gola arida, amara
è l’esistenza odierna.

Ieri un incontro fortuito mi ha mostrato
quanto abbia spezzato il suo animo fragile, il rancore
egli ritiene sia l’essenza e la solitudine dell’anima
condizione indispensabile. L’ho fissato vicina,
spento il sole violaceo. Ho compreso
le persone ti spengono come una lampadina bruciata,
più hanno spazzato la tua vita, mari burrascosi
mi arrendo. Cerco un mare calmo – mica Morto
in cui affogarmi. “Sono felice di vederti così”,
pensava forse non sapessi riconoscere le menzogne?
Lui era il principe, io la volpe: un giorno alle 16 non mi feci trovare.
Gli ho narrato d’aver corrisposto, un brillamento
nel mio sguardo l’ha trafitto esangue, “Tu quoque, Brute, fili mi!”
cadendo al suolo in equilibrio labile. “Lasciami, non stringere”,
lividi sulla mia pelle di lavanda indifferente. Giochiamo
agli opposti, capovolta mi vorrebbe sul soffitto, ma non lo sa
che tutto è spento. La mia condanna la sconterò col tempo
rallentato per sempre, inizio a crederlo. Costringere dovrei
questi versi al silenzio, raggomitolata su me stessa, al copione
non m’attengo. Con te l’ho stracciato, logoro, non so più qual è
il mio ruolo. Non è epico un poema sbilenco
canta d’un mondo che a me appare spento. Castelli
misurati al millimetro non ne faremo, ma camminerò
ancora sulla spiaggia rovente, sperando ad libitum
in un vento contrario.

Non è okay

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Agli altri non mentire
non garantisce l’assicurazione
per un futuro roseo, se a te medesima
continui a negare
il malessere. I progetti consegnati
in fretta, in cartelle esattoriali
tinte d’un nero di seppia apatico. Non sparirà
per sempre il vuoto, contempli, se cambia
il mondo, tu sei la stessa e sei diversa e non vuoi
dire che è okay. Non vuoi
prenderla con filosofia
una laurea gettata, una rattoppata. Non vuoi
trattenere le lacrime bollenti
ustionano il cuore, fragile sgretolarsi
di versi decadenti. Potrai anche immergerti nel caos
di una vita che scorre, devi prima imparare a respirare
nelle acque limpide, anche lì si può affogare.
Correre e non cadere
non garantisce di poter volare
in cieli turchini, se a te medesima
continui a raccontare
una storia allegra. I viaggi pianificati
in fretta, in aerei economici
schiantatisi in un atterraggio tragico. Non sparirai
mai, prometti, a te stessa poiché lui
ha scelto un’altra, meta da raggiungere. E non vuoi
dire che è okay. Non vuoi
prenderla a cazzotti
un’anima squartata, una rattoppata. Non vuoi
trattenerti dal provarne i tormenti.
Ti ribelli, scalci, graffi, urli, annaspi
e non vuoi, non vuoi
dire che è okay. “Come stai?”
“Maledettamente a pezzi,
grazie.”